Quando il lavoro ti chiede di non essere te stessə
- gerardinamaglione
- 1 giorno fa
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Può arrivare un momento, nella vita, in cui capiamo che stiamo facendo tutto bene — nel senso in cui il mondo lo intende: ruolo, responsabilita', risultati. E sentirci, nonostante tutto, stranamente lontani da noi.
Non è stanchezza, è qualcosa di piu' sottile: la sensazione di portare addosso una versione di noi costruita per stare in piedi davanti agli altri, non per stare bene dentro.
Il lavoro ci chiede spesso questo: di essere efficienti, presenti, capaci di gestire: ci chiede di tenere. E noi teniamo, a volte per anni.
Ma il corpo registra tutto: la distanza tra chi siamo e chi mostriamo, il costo di ogni maschera, anche di quelle che abbiamo imparato a indossare cosi' bene da dimenticare che sono maschere.
Il counseling nasce per le persone. E le persone portano in ogni contesto — professionale, relazionale, familiare — la stessa domanda di fondo: chi sono io, al di la' di quello che faccio?
Se senti che c'e' una distanza tra te e il tuo ruolo, tra la tua voce e quella che usi ogni giorno, forse vale la pena fermarsi.
Fermarsi, soprattutto quando il lavoro sembra occupare ogni spazio della tua vita, non significa rinunciare a ciò che desideri costruire. Significa creare il tempo e l'attenzione necessari per capire se la direzione che stai seguendo ti appartiene ancora davvero. Perché quando torni ad ascoltarti, non trovi soltanto la stanchezza o la fatica. Puoi ritrovare anche ciò che continua a muoversi dentro di te: la curiosità, il desiderio di crescere, il bisogno di dare significato a ciò che fai e la voglia di esprimere pienamente chi sei. È da lì che nasce ogni cambiamento autentico.
Il corpo non conserva soltanto la memoria di ciò che ci ha ferito. Conserva anche la possibilità di tornare a sentirsi vivo. Ogni volta che ritroviamo un contatto più autentico con ciò che proviamo, recuperiamo un po' dell'energia che avevamo impiegato per adattarci, per sostenere un ruolo che non ci rappresentava più o per rispondere continuamente alle richieste dell'esterno. Quell'energia può allora trasformarsi in presenza, creatività e libertà di scegliere con maggiore intenzione la direzione della nostra vita e del nostro lavoro.
Viktor E. Frankl ha scritto:
"Tra lo stimolo e la risposta c'è uno spazio. In quello spazio risiedono la nostra libertà e il nostro potere di scegliere la nostra risposta."
Quando smetti di spendere tutta la tua energia per essere qualcun altro, quella stessa energia torna disponibile per diventare sempre più te stesso. Io credo che ascoltarsi non serva a trovare una versione migliore di sé. Serve a togliere, un po' alla volta, ciò che impedisce alla parte più viva di noi di trovare spazio.




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