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Il coraggio di fermarsi: quando il successo non basta piu'

gerardinamaglione
20 ago
Tempo di lettura: 2 min


Donna stilizzata in piedi con luna piena sullo sfondo e folla di persone sotto

Esiste un tipo di insoddisfazione particolarmente silenziosa. Non è la crisi evidente, il lavoro che odi, la relazione che esplode, la vita che va a pezzi, ma qualcosa di più sottile e, per certi versi, più difficile da nominare.

È l'insoddisfazione di chi ha fatto tutto quello che doveva fare: ha studiato, ha costruito, ha raggiunto, e si ritrova a guardare quello che ha — che è tanto, oggettivamente — con una strana sensazione di vuoto: la percezione netta che da qualche parte, lungo la strada, qualcosa di importante sia rimasto indietro.

Ho incontrato questa sensazione molte volte. Nella mia storia professionale prima, poi nel lavoro con le persone ed è sempre lo stesso nodo: abbiamo imparato a costruire vite di successo senza imparare a chiederci se quella vita ci somiglia davvero.


Fermarsi non è un fallimento.

E nemmeno una crisi, necessariamente. Può essere un atto di onestà verso se stessi — forse il più coraggioso che esista.

Fermarsi significa anche avere il coraggio di guardare ciò che emerge quando smettiamo, per un momento, di riempire ogni spazio con obiettivi, impegni e nuove cose da raggiungere. È proprio in quello spazio che possono affiorare domande che abbiamo rimandato a lungo: che cosa desidero davvero? Che cosa mi appartiene ancora? Quale parte di me ho messo da parte per costruire la vita che pensavo di dover avere?


Come scrive Carl Gustav Jung:

“Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.”

Non penso che questa frase inviti a cercare ciò che non funziona o a trasformare ogni inquietudine in un problema da risolvere. La leggo piuttosto come un invito a dare attenzione anche a quella parte dell'esperienza che facciamo più fatica ad ascoltare.

Il vuoto, l'insoddisfazione, la perdita di entusiasmo possono avere un significato. Possono raccontarci una distanza che merita di essere guardata, senza giudicarla e senza avere fretta di colmarla.

La domanda che vale la pena portare, allora, non è soltanto “cosa ho sbagliato?”, ma “cosa sto trascurando?”


Fermarsi non significa necessariamente cambiare vita.

Significa concedersi il tempo e l'attenzione necessari per comprendere ciò che sta accadendo dentro di noi e lasciare che, da quella consapevolezza, possa emergere una direzione più autentica.

A mio avviso

, è proprio questo uno dei significati più profondi del counseling: avere uno spazio in cui ciò che sentiamo può essere ascoltato senza essere immediatamente corretto, giudicato o trasformato in un obiettivo. Uno spazio in cui anche una domanda ancora senza risposta può trovare senso e, con i propri tempi, aprire la possibilità di un movimento nuovo.

Se senti che il successo che hai costruito non riesce più a raccontare pienamente chi sei, forse vale la pena fermarti ad ascoltare quella sensazione. Non per decidere subito cosa cambiare, ma per comprendere quale parte di te sta chiedendo attenzione.

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